In questi giorni si è parlato di sentenze, no, provvedimenti, no, chissà che altro. Roba in legalese per dire che comunque, alla fin fine, c’è stato sforzo a garantire la condizione ultima di uno stupratore e invece neppure una parola di conforto a chi è stuprata.

La cosa che comunque sfugge in tutta questa discussione la centra il blog di Femminismo a Sud, ed è che a stuprare sono gli uomini e non le donne e sono sempre gli uomini che restano in silenzio e anzi negano o si nascondono o pretendono di disinformare o di far tacere quelle che ‘sta cosa la dicono con chiarezza.

Invece gli uomini dovrebbero parlare, prendere le distanze da quelli che hanno comportamenti osceni, fare vedere che sono tanto ma proprio tanto migliori di così. Dimostrarlo al mondo intero, elevare un’altra voce a demolire i poveri omuncoli che se ne restano a blaterare ovunque sulle donne troie, sulle gran puttane, su quelle che ci stanno, su quelle che la danno, su quelle che in definitiva poi sono come tutte noi.

Che pena questi uomini dalla sessualità repressa, a farsi le pugnette e da lì a definire quella categoria da pugnettai che si difendono l’un l’altro. Che ridicoli a osservarli sovente in brutte discussioni, anche sul web, in cui si riuniscono, sapete?, in apposite pagine facebook per dirsi “sai, ho lasciato il commento sul blog della tizia ah ah ah” e giù risate, “e lei ha risposto ah ah ah”. Poi vanno negli stessi blog ad elemosinare spazi, a chiedere udienza e piangono perché i loro commenti insultanti e pieni di odio contro le donne sono stati cancellati.

E’ un problema culturale, lo sapete, lo sappiamo, e bisogna fare qualcosa tutte quante e tutti quanti. E gli uomini, quelli che io amo e che vorrei al mio fianco, non hanno alcun timore di tacere e di raccontare che, si, c’è qualche loro simile che parla da sessista, che si rivolge alle donne considerandole soltanto carne da divertimento e che non accetta un no come risposta e anzi procede avanti e prende tutto quel che vuole, come prova di im-potenza e di arroganza.

Odiosi, prevaricatori, questi individui lerci che senza il nostro consenso ci mettono le mani addosso, che a chiamarci troie son tutti buoni e a fare le vittime sono ancora più bravi. Loro non c’entrano, per secoli hanno spostato il problema su di noi. E’ colpa nostra, in modalità invertite. Nostra di noi femmine senza pudore, per come ci vestiamo o ci comportiamo. Tutto il problema resta spostato su di noi ed è così che da sempre depistano, truccano la partita, si nascondono, nicchiano, vigliacchi, penose cacche puzzolenti, ché riescono a dire queste cose perfino delle bambine di cinque anni.

Era carina, così affettuosa, e mi provocava, e quel “mi provocava” era riferito alla disponibilità normale di una bambina bella che ti getta le braccia al collo e ti accarezza, a te adulto, che non lo sa che sei una merda d’uomo. Ed è più semplice spostare la questione sulle donne quando sono corpi adulti perché le leggi e le religioni e le culture sono tutte basate sul concetto di “colpa” delle donne.

Le donne alle quali far indossare il burqa, quelle che non devono mostrarsi in pubblico, quelle che da stuprate vengono lapidate e tutto questo non succede altrove ma succede qui, da noi, nella nostra bella e moderna europa, dove una donna che denuncia uno stupro subisce il processo in tribunale, nei media e per le strade, dove le famiglie dello stupratore sono sempre schierate a dire di lei che è una puttana, dove il sistema di protezione per lo stupratore è enorme e per la donna stuprata non c’è nessuna chance. Proprio nessuna.

Sono arrabbiata, si, e voglio che si veda, perché ho una figlia, perché da quando la sua misura di reggiseno è aumentata, ma anche da prima, ho dovuto usare occhi e orecchie dappertutto per non starle addosso e tuttavia per insegnarle a riconoscere la violenza. Perché gliel’ho evitata e avrei voluto che qualcuno l’avesse fatto anche con me, ché a me nessuno mi ha insegnato a distinguere l’amore dalla violenza. L’ho imparato sulla pelle mia e so distinguere, ora, eccome se lo so, anche a distanza, anche virtualmente, anche dalle sfumature minime che mi lasci a commento io capisco se sei uno stronzo o meno.

E amo gli uomini che non mi danno ragione, che mi rimettono in discussione, che hanno senso critico, che sono intelligenti e autonomi. Amo gli uomini che mostrano contraddizioni e fragilità, che sono autoironici e imperfetti. Ciò che non amo è il viscidume sparso di una modalità di chiacchiera dell’uomo che finge di dirti cose tenui e poi ti spara dritta in faccia la volgarità più bieca, pezzi di merda che passano sovente di blog in blog o di strada in strada e che riconoscete vostro malgrado perché se parli di responsabilità maschile negli stupri ti dicono che invece no, è tutta colpa tua. Brutta cattiva, perchè tu esisti e poi respiri e poi hai cosce e quella cosa in mezzo e poi ella pulsa e stimola desiderio di quegli elementi totalmente analfabeti dal punto di vista sessuale che non distinguono il piacere dalla tortura neppure se glielo insegni in mille lingue.

Che storie posso raccontarvi a parte quella che vi ho già raccontato? Io lo so cos’è violenza e cosa non lo è. Io so tutto. So talmente bene ciò di cui parlo che vorrei tanto fare in modo che il mondo per mia figlia fosse un po’ diverso e invece ancora oggi nel 2012 mi trovo a leggere e vedere certe cose e allora si, sono avvilita.

Sono una donna e urlo il mio dolore, quello delle donne come me che la violenza l’hanno già subita. Ma voi, voi uomini, quelli tra voi che non passano il tempo a discolpare la categoria, quando vi decidete a fare un passo avanti e a dire ai vostri padri, fratelli, amici, colleghi di finirla con le loro frasi stronze, con le battutine a cazzo, con i ragionamenti volgari e con quella tendenza a usare le donne come terreno di conquista? Quando?

E comunque, senza tanto pietire vittimismo, so che tra amiche, nelle generazioni d’oggi, se c’è uno che molesta una ragazza confidano nella sorellanza e sono le altre a provvedere e a difenderla, ed è per questo – ipocriti e carogne – che c’è tutto un gran parlare di donne “aggressive” ché non sono più così sceme e si difendono da sole, così avrei fatto io, e non mi frega nulla del giudizio morale o delle ipotesi bieche per cui le donne dovrebbero stare sempre quiete ad aspettare il sacro difensore, il tutore dell’ordine, il padre padrone che oggi ti difende e il giorno dopo poi ti chiede il conto, e io, dicevo, se qualcuno avesse toccato mia figlia, potete contarci, l’avrei fatto a pezzi. E si chiama autodifesa. Fine della storia.