Continua a farmi male ripensare a certi dettagli della mia vita o di quella di mia figlia. Cose grandi e piccole, sommate, che diventano una montagna di sporcizia che hai sempre bisogno di lavarti via di dosso.
Un ricordo: c’era quel tale che alla terza ora delle medie, in coincidenza con la sua pausa al cesso, è andato da mia figlia e l’ha bloccata al muro. Le ha preso la mano e gliel’ha messa sul suo cazzo. “Se lo dici in giro io dico che me l’ha preso in bocca!“. Un tredicenne, uno stupratore in erba, uno stronzetto, un bullo, uno che i genitori li avrei io fulminati con un solo sguardo, che solo a immaginare come sarebbe finita se lei avesse deciso di andare lì dal preside, e denunciare e poi subire gli improperi di quella tal famiglia, con madre e padre a dire che lei era la puttana e lui il baldo giovine, di cazzo-munito e anche di una sorta di copertura familistica amorale che tutto gli ha permesso e ha sostenuto, se solo lei avesse deciso di fare quella cosa lì, e io l’avrei di certo sostenuta e oltre, avrebbe sì patito e poi sarebbe stata costretta infine a cambiare scuola.
Così era successo ad un’altra compagna e la mia bambina era già sveglia, le avevo insegnato come stare al mondo, a distinguere le attenzioni vere dalla violenza, e quello che più odiava in generale era la sensazione di impotenza, ché è questo che alla fine forse ti fa più soffrire, questa impossibilità di reagire, e tutto quel controllo che ti viene inflitto perché se tu reagisci sei quella a cui poi dicono che sei aggressiva, che non si fa, che in uno stato democratico solo gli sbirri possono pestarti, invece a te non è permesso fare niente, non hai l’autorizzazione, non hai neppure la possibilità di risolvere e affrontarlo quel conflitto. Niente di niente.
Ti lasciano lì a dire che l’unica cosa che puoi fare è la faccia da vittima, con parole da vittima, con atteggiamento da vittima, con pianti da vittima, con vomito da vittima. Vittima e colpevole. Vittima e impotente. Vittima e donna. Donna e vittima. Null’altro è consentito.
Così ti rappresentano: occhio nero da vittima, ferite da vittima, testa bassa da vittima. Nessun orgoglio, nessuna reazione. Eppure io l’ho vista quella figlia, così piccola eppure così grande, che teneva i pugni stretti e soffriva un’ingiustizia e poi urlava, mio tesoro, ché lui era un grande stronzo, che non era così che lei avrebbe voluto conoscere l’altro sesso, ché tutto quel dire delle reazioni delegate ad altri era in realtà un ulteriore modo per esercitare controllo. Controllo sulla vittima. Controllo sul riscatto che sarebbe derivato da ogni sua reazione. Un modo come un altro per obbligare un percorso, se vuoi risolvere devi fare così e sappi che ti accradrà questo e quello.
Un percorso obbligato. Una via crucis che ti costringe ad esibire il tuo dolore, ma allo stesso tempo a censurarlo, a dargli una veste pubblicamente accettabile, composta. Una traiettoria che ti impone di mostrare la tua pena e farlo in pubblico, in bocca a giudici quasi sempre uomini che misurano il tuo intimo dolore e lo interpretano a seconda della lunghezza del proprio pene. Un martirio che ti espone e ti sottopone alle vendette e tutto ciò corrisponde ad una tortura, una punizione, perché è pensato per punire te e non il tuo violentatore. Tutto per importi di aderire ad una logica misticheggiante, che prende spunto dalla religione, dove ti obbligano al perdono dopo che ti hanno costretto alla colpa, alla vergogna, al pentimento e alla redenzione. Perdono un paio di ovaie. Qui non si perdona niente!
E invece non puoi sputargli in faccia ché sarebbe aggressione, non puoi mollargli un pugno perché un giudice dirà che tu non eri affatto indifesa e dunque quello che lui ha fatto non era così grave. Anzi lui dirà che sei tu ad essere violenta. Tu quella da temere, perché sai difenderti e tutto invece è organizzato per contenerti, per sedarti, per rincoglionirti, e dirti che ti devi affidare a qualche padre, uomo, potente, che prima o poi ti chiederà di ringraziarlo con fellatio ben disposte lungo il corso della tua fragile esistenza.
Non sono per i linciaggi organizzati. Non credo alla giustizia fai da te. Non credo proprio a niente. Penso che inibire alle donne la possibilità di praticare autodifesa, di mostrare il vero volto di una donna trafitta dal dolore, ché non è mai piegata, che non si è mai arresa, che non ha paura, lei, a fronte della codardia di emeriti cazzoni, sia il delitto nel delitto, sia esercizio di protezione dello stupratore, del molestatore, dell’uomo che uccide le donne.
Tutta una società organizzata per proteggere lui, quello, il fottuto stronzo, per ripagarlo con le coccole dopo che egli ha mietuto vittime per un’intera vita.
Mia figlia, dicevo, non ha detto niente. E’ rimasta a stringere quel cazzo, a farlo piccolo, e quando lui l’ha schiaffeggiata, lei ha urlato e lui è scappato.
Sapete cos’è quando qualcuno torce un pelo di tua figlia? Ti arriva il sangue agli occhi, a me accade così, e poi c’è empatia e quel dolore che lei ti trasferisce nelle ossa e senti tutto quanto, minuto per minuto, lo condividi intero quell’orrore e l’urlo suo diventa il tuo.
Quello che ti succede è che provi un’emozione acuta che la cultura della società interpreta e ridirige in una vaga richiesta di giustizia ché altrimenti detta è una vendetta che non sei tu ad aver deciso, i cui contorni sono leciti solo perché li ha stabiliti un altro pari, un uomo, più uomini, padri, fratelli, amici, conoscenti di quel molestatore, stupratore, assassino. Ché è un assassino, si, colui che uccide i sogni di una ragazzina.
E non serve rinchiuderla perché non è così che puoi proteggerla. Non serve neppure che tu ti metta avanti a fare Rambo per farla sentire protetta per quanto lei deve sapere che io ci sono sempre e che se me lo chiede lo scanno quello stronzo. Ma è la sua reazione che le ridà autostima, che la rende sicura di percorrere strade difficili e contraddittorie, che la farà diventare persona, donna, anima mia, tesoro bello, adulata e consapevole e soprattutto autonoma.
Lei si è organizzata, ne ha parlato con le amiche, non con i compagni ma con le altre vittime di quel manesco stronzo, lo hanno aspettato fuori dalla scuola, lo hanno preso a ceffoni, in pubblico, e mentre lui osava negare e dissentire, tirava fuori il solito repertorio del “tu sei puttana”, “sei tu che mi hai provocato”, loro gli hanno fatto il regalo più grande che lui potesse mai ricevere. Gli hanno insegnato che il corpo di una donna non si tocca mai senza il suo consenso e che se non è chiaro un no pronunciato timidamente allora che si ricordasse un livido ché è impossibile da non vedere.
Sapete che è successo? Che mia figlia e le altre sono state richiamate dal preside e sospese. I genitori di quel bullo hanno concesso di non fare una denuncia perché “queste ragazzine disturbate devono essere curate e noi siamo cristiani” e il punto è che quelli come lui agiscono nell’ombra, dove è così facile poi dire che non ci sono prove a dimostrare e che era lei ad aver fatto o ad aver detto, vigliacco, pezzo di merda, invece lei l’ha schiaffeggiato in pubblico, apposta, per riprendersi in mano l’orgoglio di una reazione, perché altrimenti all’indomani lui avrebbe riempito classi, ché ancora non esisteva facebook e menomale, avrebbe invaso istituto e cessi, di pettegolezzi in cui lei aveva fatto chissà cosa, aveva toccato o chissà leccato o chissà succhiato e al solo pensiero mi torna quella rabbia e se l’avessi in mano glielo frantumerei in mille pezzettini.
Ma dal giorno dopo quel tipo non ha più mosso un dito. Non ha più disturbato nessuna. Non ha più fatto niente di sbagliato, a parte qualche prova di spacconeria orale con i colleghi bulli che tutti, però, abbassavano lo sguardo, quando mia figlia e le sue amiche gli passavano davanti.
E a questo punto penso che la vera scuola da preparare per le donne, quelle che non stanno in emergenza, se non c’è nessuno armato che sta per ucciderle, che valutano di poter difendersi da sole, sia una scuola di autodifesa seria, una pratica che unisce corpo e mente, collaudato esercizio che finalizza rabbia e indignazione, autostima e indipendenza, potenza e ribellione.
D’altronde, in questa nazione di merda dove le donne rischiano ogni giorno di morire per mano di un bullo bambino troppo coccolato che da grande è diventato un assassino, che alternative abbiamo?
Cara Scostumata, questo racconto è molto bello, grazie di averlo condiviso con noi. Mentre andavo avanti con la lettura, speravo che tua figlia avesse fatto una cosa del genere. Sto riflettendo sul fatto che una cosa fondamentale della difesa di tua figlia è stata la solidarietà. Le amiche, che avessero avuto a che fare col tipo o no, l’hanno spalleggiata, si sono unite, perché l’unione, si sa (o meglio: oggi non si sa più) fa la forza. Tutte insieme con un unico obbiettivo: giustizia, dignità. Il problema è: che fare quando siamo sole come cani e non ci spalleggia nessuno? Che fare quando non troviamo solidarietà? Purtroppo questo oggi è un grande problema. Che ne pensi, che ne pensate?
Un grande applauso a tua figlia e alle sue amiche.
io posso dirti cosa ho fatto io. ho sempre cercato solidarietà dalle mie amiche, più che dai miei amici perché un loro gesto a protezione l’avrei inteso come paternalismo o mia assenza di autonomia e comunque non permetto ad un uomo di rovinarsi l’esistenza prendendo legnate o rischiando la galera per difendere me.
e se non hai nessuna donna fidata ci sono sempre i centri antiviolenza che sono fatti apposta. la reazione che ti suggeriscono probabilmente non è quella che poteva andare bene a mia figlia ma comunque non saresti sola.
Cara Scostumata, non parlavo di un mio caso personale. Riflettevo solo sulla fortuna di essere in un ambiente solidale o la sfortuna di essere sole nella propria battaglia. Purtroppo credo che la maggioranza delle donne/ragazze che subiscono violenze siano nel secondo caso. E a volte, troppo spesso, le donne si fanno la guerra tra di loro. Spero che le cose cambino. E’ fondamentale essere unite.
i ragazzi d’oggi sembrano sempre piu’ degli analfabeti sentimentali e le ragazze sembrano sempre piu’ corazzate e auto determinate a farsi valere in questa societa’ di maschi in declino…. Ma un equilibrio ci sara’ mai?
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Se solo le madri italiane fossero tutte come te…
Purtroppo, alla umiliazione in società, segue spesso quella in famiglia…
Abbiamo madri convinte che il loro ruolo sia di subordinazione agli uomini,
la mia difficoltà è sempre stata quella di essere diversa dalle amiche(che subivano in silenzio) e diversa da mia madre, che mi guardava con aria di giudizio(o si lamentava dicendo “tutte a te succedono figlia mia” come se fosse colpa mia). Ho perso presto ogni modello di riferimento ed il mio senso di smarrimento totale perdura ancora oggi.
Spero che ci siano tante ragazze come tua figlia in giro e che la nuova generazione sia più consapevole…
Mi hai fatto scattare una rabbia vecchia di anni. Anch’io mi ero ribellata, da sola, con tutte le conseguenze. La colpa era mia alla fine … che schifo!! Da figlia dico che ci vorrebbero molte più mamme come te. Un abbraccio Manuela
Da ragazzina andavo a scuola di inglese (odio!) e c’era uno un po’ più grande che dava fastidio un po’ a tutti. Mi aspettava sulle scale, mi spintonava, mi dava pugni e calci e tutti i grandi classici.
Così cominciai a fare capricci per non andare più. Ora, io ero una rompipalle, su questo non c’è dubbio, ma non capricciosa e così i miei ci misero poco a capire che c’era qualcosa che non andava.
Il commento di mio padre fu: “be’, e perché non reagisci? Piangere e scappare non serve: è quello che gli piace. Un bel calcio nelle palle e vedi quello come abbassa la cresta. E se continua, gliene dai un altro.”
In effetti non c’è mai stato bisogno del secondo round, perché quella sera sulle scale non ho fatto male solo al suo pisello, ma soprattutto al suo stupido ego.
Già. Condivido con la rabbia che mi scotta dentro tutto quanto hai scritto…
Io non sono il tipo che subisce, mai stato.
Reagisco con rabbia… urlandogli in faccia, spintonandolo, ma i miei conoscenti e “amici” mi hanno sempre detto che “no, perchè così passi tu dalla parte del torto!”.
Se osi ribellarti alle molestie machiste, sei una isterica disturbata da emarginare o da mettere sotto controllo perchè chissà cosa potresti fare… E poi chi lo dice che ti hanno veramente molestato?…Nessuno ha visto. E anche se ci fossero testimoni, beh sei tu che hai interpretato male uno scherzo innocente.
E poi l’altra tipica frase: “ma come molestata? sei un cesso e sostieni di essere stata molestata? ma va là, ma chi ti tocca, con tutte le belle ragazze che ci sono in giro proprio da te devono venire…”
Ho constatato molte (MOLTE!) volte che le mie reazioni di giusta rabbia autodifensiva mi hanno creato, anzichè solidarietà da chi capisce, il vuoto intorno.
“Ma questa è pazza”. E però tali reazioni forti e decise mi hanno garantito successivamente che lo stronzo non ci riprovasse più, quindi da quel punto di vista è stato un risultato di successo.
Dal punto di vista sociale, invece, se tu femmina reagisci nello stesso modo in cui reagirebbe un qualsiasi maschio ripetutamente offeso, sfottuto, molestato, SEI GUARDATA COME UNA ALIENA, sei messa di fatto all’indice, anche dalle stesse donne che poco prima erano tue “compagne”.
P.S.: Per riprendere quanto auspicato oggi in calce a un post di FaS,
questi fatti mi sono capitati più volte proprio in un centro sociale dove lavoravo assiduamente. Non è servito nè dire a tutti quel che era successo e chi erano gli stronzi responsabili da allontanare o da prender da parte a dirgliene due, nè parlarne in assemblea generale, luogo deputato a prendere le decisioni inerenti alla protezione dei propri membri.
Per la “pazza isterica che si inventa le cose”, solo sfottimenti e inviti a lasciar perdere. E non è necessario dire che un simile atteggiamento da parte della propria “comunità libertaria” provoca nella persona che sta cercando di far smettere questi comportamenti un vortice di rabbia ancora più ottenebrante.
Il senso di impotenza più totale. Nessuno ti caga, anzi ti sfottono, mentre nel contempo ridono e scherzano magari proprio con gli stronzi che ti hanno fatto girare le bocce.
Se cerchi di difenderti da sola, ti chiamano pazza e violenta, e i tuoi “compagni” minacciano persino di espellere TE! dal centro sociale, non quelli che hanno provocato nell’ombra questa situazione di merda.
Perchè le donne, anche le compagne libertarie, si pensa che debbano sempre sopportare tutto con grazia, perdonare, sorridere sempre anche ai compagni stronzi e agli ubriachi maneschi che stazionano lì nelle serate dei concerti.
Per le donne molestate e aggredite c’è sempre solo la solitudine più totale, sia nella società esterna, quella del posto di lavoro, del quartiere dove abiti, sia nelle microcomunità che a parole vorrebbero essere diverse dall’iniqua società esterna.
Di fatto, se la donna che ha subito qualcosa vuole conservarsi una vita sociale, NON deve parlare di quello che le è successo. Oppure deve fare in modo di farsi molestare di giorno, con tre cappotti addosso, sotto i riflettori , in un piazzale affollato, solo così può sperare un minimo di reazioni negative della gente verso il molestatore.
Stasera ho visto un libro in tema: Donne che abbaiano e mordono… titolo strano (ci prende per cani?), ma lo leggerò prima o poi…. http://www.ibs.it/code/9788845424854/manrique-ana/donne-che-abbaiano-e.html
Ciao, mi fai venire in mente quando da piccola, al mercato con mia madre mentre eravamo ferme difronte a un banco, un vecchio di fianco a me mise la mano sotto la mia gonnellina per toccarmi, e quando lo dissi a mia madre (lui se ne andò in fretta) lei mi rispose “Ma cosa dici?” e mi strattonò la mano che mi teneva! (forse non voleva accettarlo perché non sapeva come reagire…)
Anch’io sono convinta che la difesa in pubblico sia “castrante”: un giorno, in fila alla cassa di un bar, un mio collega da dietro mi tocca il culo; io mi giro e gli mollo un ceffone… sapete lui cosa mi ha risposto? “Che figure mi fai fare?” (come se fosse stato lui l’umiliato&offeso!)
Se posso ancora aggiungere, per Oriana Baldasso:
in effetti, come dice la scrittrice Barbara Garlaschelli su http://hounlibrointesta.style.it/2011/06/22/barbara-nuovo/, le protagoniste del libro che tu citi, si definiscono “cagna del presente”, “supercagna” e “cagna del futuro” (per mano di un’autrice, Ana Manrique, che non si può dire “di parte”, perché massacra molto più le rappresentanti del suo stesso sesso che gli uomini).
bello leggere questo post.grazie.risuona talmente che mi permetto di inviare una cosa che ho scritto.
Vorrei una pillola che potenzi la muscolatura all’istante, che renda più robusto e reattivo il corpo, le mie guance d’acciaio, la mia mente lucida,
la mia altezza di due metri e mezzo, i miei arti agili e forti, veloci i riflessi per quando urlerai avvicinandoti, quando tenterai di darmi uno schiaffo, quando mi minaccerai insieme al tuo branco… la ingerirei appena prendi le forbici o la forchetta anche solo per spaventarmi, quando mi strattoni o spintoni, quando acceleri in auto per terrorizzarmi o afferri il bambino/a per gettarlo dal ponte…perchè voi capite solo questo, capite solo quando ricorrere alla violenza vi conviene o meno, non altre considerazioni…. e che non si parli ancora di ‘raptus’ o ‘pazzia’ perchè voi violenti che imponete la vostra miseria vi comportate soltanto in base a questa semplice e volgare logica di potere. Niente altro. E’ solo una squallida questione di proporzioni e stazza, se fossero invertite le condizioni invece di eccitazione provereste paura e le cose andrebbero diversamente.
Voi sapete rispettate solo chi può schiacciarvi e misurate il vostro presunto potere-che poi è impotenza estrema- in base a quante/i riuscite a schiacciare.
Vorrei quella pillola per impedire in tempo la tua violenza perchè qui -paradossalmente- se la si usa per fermare la tua …beh… non viene mai chiamata legittima difesa.
L’unica pillola che puo’ funzionare e’ educare i nostri figli al rispetto delle donne
Mio padre, quando ero piccola, intorno ai 10-12 anni (non ricordo l’anno esatto), mi regalò un libretto: “Impara a difenderti”, parlava chiaramente di violenze, sessuali, fisiche e psicologiche, sulle donne e sulle ragazze. C’erano i capitoli sulle esperienze, su quello che si può fare per reagire, e anche sull’autodifesa fisica per renderlo inoffensivo e poter chiedere aiuto. Lo lessi da sola, in intimità, ché ho sempre avuto una certa reticenza a condividere con i miei genitori la mia sfera di intimità, sia emotiva, sia sessuale, e credo sia normale. Ma so anche che loro non l’hanno mai preteso da me (a differenza di quei genitori che credono a tutti i costi di poter fare gli amici e confidenti): hanno abituato me e mio fratello ad una ferrea educazione sessuale (cominciata con le videocassette dell’albero della vita in tenerissima età) e questo libretto, e insistendo sul fatto che qualsiasi cosa fosse successo di brutto noi avremmo potuto parlarne sempre e contare su di loro. So che hanno fatto la cosa giusta perchè, con tutte le disavventure, adolescenziali e non, vissute, sempre consapevolmente, che capitano un po’ a tutti quando ci si approccia alle relazioni con gli altri, ho comunque potuto contare su una sicurezza personale data dalla conoscenza degli argomenti. La sessualità in tutte le sue forme ed espressioni, vista come normale componente della vita di una persona, che è molto diverso dall’idea che hanno alcuni/e di famiglie pseudo hippies in cui i genitori girano sempre nudi (anche se i miei non si sono mai nascosti nelle loro nudità da noi) e parlano dei loro rapporti come se non esistesse intimità. I miei genitori hanno la loro sfera intima, e la pretendono anche, giustamente, e io non posso essere (crescendo naturalmente è stato quasi un processo automatico) che essere contenta per loro, e il fatto che avere una solida vita sessuale dopo tutti questi anni, non può che far bene al loro rapporto e al loro matrimonio.
Continuo sempre a ritenere fondamentale la responsabilità dello stato nella prevenzione degli stupri e del sessismo attraverso l’educazione dalla nascita all’età adulta e anche oltre, anche se in questo momento storico e politico sembra quasi una pura utopia.
Con affetto, ti leggo sempre.